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I Contenuti educativi della boxe nella sua millenaria tradizione

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Il ruolo dell'Allenatore nello Sport di combattimento


di Massimo Scioti

Avere un ruolo significa essere consapevoli che gli altri ripongono in noi delle aspettative.
Un giovane, di ambo i sessi, quando decide di frequentare la palestra di pugilato desidera diventare più forte, veloce, resistente, acquisire i mezzi dell'attacco e della difesa tipici di uno sport di contatto fisico, essere opponibile ad un altro che agisce.

L'allenatore è chiamato a stimolare l'evoluzione di tali capacità che diventeranno abilità tecnico-tattiche-strategiche, rispettose delle caratteristiche dell'irriducibile individualità del singolo. In breve far valere più l'intelligenza dell'individuo che le sue qualità fisiche. Tutto ciò in coerenza con il significato di: Tecnica che è una maniera di eseguire un'azione motoria, determinata dalla Tattica, considerato il livello di sviluppo delle capacità motorie e mentali dell'Atleta; Tattica che è la scelta di un'azione il cui risultato è periferico, osservabile e misurabile; Strategia che coinvolge l' "Io" conoscente, pensante, raziocinante, giudicante, unificante e unico responsabile materiale e morale delle azioni di una persona.

Il processo si avvia in base alla "scintilla": quanto posso imparare da chi è esperto?
Il processo implica la conoscenza da parte dei Tecnici della metodologia dell'insegnamento e di come si apprenda. In sintesi si attua un processo di insegnamento-apprendimento che si impernia sul "rispetto per la persona" e il "riconoscimento dell'altro". Ciò si traduce considerando le capacità creative e di assunzione di responsabilità dell'atleta visto nella sua totalità e unicità.
Nell'istanza inter-personale "l'Io ha bisogno dell'altro".
Tale istanza si esprime nel riconoscimento dell'importanza che il tecnico attribuisce al loro rapporto in favore dello sviluppo della personalità dell'atleta (relazione tra la maturazione bio-psicologica e gli apprendimenti), nell'accentuare il dialogo, perché nel dialogo le diverse posizioni si confrontano e si stemperano, nella comprensione empatica (mettersi nei panni dell'altro senza essere coinvolti).
E' evidente quale influsso trasformante può avere la relazione dialettica tra la richiesta di prestazione dell'allenatore, le capacità dell'atleta la sua disponibilità ad utilizzarle. Questo processo modifica non soltanto le potenzialità bio-energetiche e adattive ma soprattutto le più intime strutture mentali e affettive della personalità. La personalità esprime il concetto più eclettico, multiforme e originale della persona. E' un sistema aperto e plurimo in cui coesistono gli aspetti spirituali e materiali, il passato e l'avvenire di una persona.
La prospettiva educativa richiede un esplicito nesso tra apprendimento e personalità.
L'apprendimento umano si basa su una adeguata strutturazione cognitiva (trarre significati da una situazione e attuare comportamenti adeguati) e sulla motivazione personale (rapporto tra bisogno e prodotto) del soggetto, posto di fronte ad un compito derivante da un suo progetto di azione.
L'apprendimento in senso pieno non è riducibile ai suoi presupposti, attenzione, motivazione, memoria, cioè ad una trasformazione biochimica e ad una fissazione mnemonica di una informazione o di un meccanismo motorio.
L'apprendimento è efficace in proporzione diretta del valore stimolativo del fine e del compito (progetto). E' importante escogitare pedagogicamente e didatticamente "compiti aperti", volti allo sviluppo della ricerca personale, della creatività, della critica del soggetto. Spronare l'atleta al passaggio dal "subire allo scegliere" considerandolo non un esecutore ma colui che di volta in volta decide, in micro tempi, la soluzione più pertinente ed efficace da adottare ed eseguirla con precisione e velocità.
L'aspetto sostanziale, negli sport di combattimento, non è "imparare" (compito chiuso), ma "imparare a imparare".
Nella nostra disciplina abbiamo grandi opportunità per costruire saperi, ossia conoscenze, saper essere, ossia comportamenti, saper fare, ossia abilità in una prospettiva ETICA che sovraintenda tutti i piani d'intervento. L'Etica intesa come pieno utilizzo dell'intelligenza dell'uomo per la costruzione del "bene comune". A tale chiarezza di intenti spesso non corrisponde una collocazione corretta, del nostro ruolo nella società civile, da parte di grandi moralisti che ci negano l'innegabile "acutezza operativa" specialmente quando operiamo con giovani portatori di enormi contraddizioni che la Comunità produce. Spesso evitano consapevolmente di peritarsi per distinguere se il nostro impegno, per formare un atleta che abbia una coscienza civile, che sia educato alla democrazia, al rispetto delle regole e dell'avversario, sia vero o falso, se si poggi su una metodologia giusta o sbagliata e non ci dicono in quale misura potrebbe migliorare la società con il dissolversi del pugilato.
Sicuramente ci comprende Nelson Mandela quando afferma: "amo la scienza del pugilato; la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l'età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento a me piace l'allenamento regolare e costante, l'esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito".
Viviamo in una società che sta diventando un immenso "serbatoio di violenza" perpetrata in mille forme sulla pelle dell'uomo del nostro tempo.
La violenza che sradica intere popolazioni per portarle lontano verso illusori ELDORADO in ondate immigratorie che ripetono antichi drammi collettivi.
La violenza del lavoro nero in quanto sfruttamento, della politica che mira il potere in sé e che ci vorrebbe tutti obbedienti e non intelligenti, della pubblicità con i suoi messaggi manipolatori perché sub - liminali.
La violenza urlante delle armi e del militarismo.

Il Professore Massimo Scioti è consigliere federale e coordinatore del settore tecnici sportivi della Fpi.

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